I rischi delle verità semplici

di Andrea Dei, su “Omeopatia33” del 24 settembre 2009

Per la società sono uno scienziato e come tale ho il privilegio di essere credibile in un tribunale. Anni fa compresi che il medico omeopata non godeva dello stesso diritto, o più precisamente non poteva esprimere le proprie competenze di medico perché era omeopata.

La cosa non sembra a tutt’oggi preoccupare molti medici che hanno scelto questa metodologia terapeutica, tenuto conto dell’imboscamento generale della categoria e della irresponsabilità tattica e mirata delle istituzioni preposte. Non li preoccupa nemmeno il fatto che esista una tendenza scellerata che si prefigge di demandare ad alcune categorie di non medici la possibilità di prescrizione di medicinali omeopatici. E poiché the trend is my friend, fra non molto anche gli studenti di psicologia e i maestri di danza rivendicheranno il diritto di formulare diagnosi e prescrivere terapie.

Questo trova la sua giustificazione nel fatto che molti di questi medici si pregiano di negare, con la goffa e triste accondiscendenza dei loro ordini professionali, la validità dei contenuti culturali appresi all’Università e sostengono con pervicace scientismo non il modello operazionale, ma la validità razionale del loro paradigma virtuale fatto di energie strane, spiritualità di sottobosco, succussioni magiche e, visto che non la conoscono, talvolta argomentazioni fantasiose di meccanica quantistica.

Non deve quindi destare meraviglia se periodicamente esce un qualche scritto da parte di esponenti della medicina accademica che somiglia più a un rapporto sulle fognature della cultura medica che a una serie di proposizioni scientifiche. L’articolo su “Il Sole 24 Ore Sanità” del 28 luglio scorso ne è recente testimonianza, ma, a parte qualche espressione di disappunto con i consueti innocui zirli, nessuno, a parte SIOMI, ne ha sottolineato il carattere di parodia della verità ne’ tanto meno si è sentito in dovere di chiedere, vista la dimostrata competenza, un rapporto sulle fognature della medicina accademica. Questo perché per tanti è molto sconveniente abbandonare la confortevole professione dello scientista affabulatore, sia che si professi l’ortodossia accademica che l’iconoclastica medicina complementare. Non sto a sottolineare il fatto che l’intero apparato che ruota intorno al settore auspica per l’ indomani un progresso verso lo status quo ante (la situazione del giorno prima), perché, non si sa mai, la verità è piena di rischi e tutto sommato di essere credibili a livello professionale se ne può fare anche a meno.

Personalmente ho sempre apprezzato la posizione dei soci SIOMI che si son sempre rivolti con rispetto e gratitudine all’istituzione universitaria e, sottolineandone l’insufficienza, hanno auspicato la nascita della medicina integrata. L’insufficienza è così palese che io in tribunale ci potrei andare tranquillamente a testimoniare sul fondamento scientifico di una parte dell’omeopatia. Infatti, prescindendo dalla pretesa di spiegare l’efficacia di sistemi ultradiluiti, la reattività indotta dal medicinale omeopatico in diluizione molecolare trova il suo fondamento nella sua natura di puro corollario della termodinamica del non equilibrio, che caratterizza l’organismo vivente. Tale proposizione che io, da chimico, ritengo ovvia, è supportata dai dati sperimentali raccolti recentemente all’Università di Firenze, che sono facilmente spiegabili sulla base del suddetto principio.

Da chimico, altresì, sottolineo che il fenomeno è descrivibile a livello molecolare e, poiché soddisfa i prerequisiti di tutti i meccanismi biologici a tale livello, non sembra confutabile. C’è chi dice che non è omeopatia e forse è vero, visto che molti preferiscono chiamare omeopatia solo un qualcosa di virtuale che non li rende, di conseguenza, credibili in tribunale. Ma per certo i risultati ottenuti comportano tre pericolose conseguenze. Per prima cosa dimostrano incontrovertibilmente che il paradigma portante della farmacologia accademica sia da ritenersi desueto e questo è stato poiché si è interrogato la natura in maniera appropriata. Per secondo giustificano la possibilità di una omeopatia clinica, stante la generalità che caratterizza la reattività biologica di ogni organismo vivente. Per finire limitano l’idiografia (ovvero il singolo caso) e attribuiscono alla medicina integrata una solida base di scientificità nomotetica, soddisfacendo la scienza di Galileo. Riusciranno i mentori e i mallevadori dello status quo ante a digerire i tre bocconi?

Gino Santini
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Direttore dell'Istituto di Studi di Medicina Omeopatica di Roma. Segretario Nazionale SIOMI. Giornalista pubblicista. Appassionato studioso di costituzioni e del genere umano.

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