Tutto quello che ci nascondono sui farmaci

di Mario Giordano, su “La Verità” del 9 maggio 2020

«Ho prescrit­to un antide­pressivo, la re­boxetina. Da medico mi sono comportato be­ne: ho letto tutto quello che si poteva, mi sono informato. Però poi mi sono accorto di aver prescritto una pallina di zucchero che faceva più ma­le che bene».

Il medico Ben Goldacre, autore di una se­guitissima rubrica sul The Guardian e di alcuni volumi fondamentali sulla sanità, lo spiega con un esempio in prima persona: il problema del controllo dei dati e della ricerca è fondamentale. Lo è sempre stato. Ma più che mai lo è oggi, nel pieno dell’emergenza coronavirus: viviamo appesi a quei dati, ogni giorno corriamo dietro all’annuncio dell’ultima ricerca. Ma che garanzie abbiamo di avere davvero a disposizione tutte le informazioni necessarie? Secondo Luca Li Bassi, ex direttore generale dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco, «oggi in media vengono pubblicati i risultati del 40 per cento degli studi.» Poco? «Non poco, nulla. Ma anche se fosse pubblicato il 99 per cento, io vorrei sapere pure quell’1 che manca perché magari è importante… ».

Nell’esperienza personale di Goldacre, per dire, l’unico test conosciuto sulla reboxetina, l’unico pubblicato, dava risultati positivi: era realizzato su 254 pazienti e portava a considerare il farmaco come efficace e non pericoloso. Spingeva, insomma, a prescriverlo serenamente. Proprio come faceva Ben. Ma quello che lui non sapeva, mentre compilava la ricetta, è che c’erano altri sei test, condotti su un numero di pazienti quasi dieci volte superiore, che avevano prodotto risultati del tutto contrari. Cioè avevano rilevato che la reboxetina era del tutto inutile e anche piuttosto pericolosa. Eppure nessuno di quei test era mai stato pubblicato. Dunque Ben non li conosceva. Non poteva, in nessun modo conoscerli. Così pur essendo scrupoloso e diligente, pur facendo tutto quello che un bravo medico deve fare. non era stato messo nelle condizioni di aiutare i suoi pazienti.

INTERESSI E BUSINESS

Lo vedete quanto può essere grave la gestione «interessata» delle ricerche? Pensate a quello che sta accadendo in questi giorni. Alle varie società impegnate nelle ricerche. Agli annunci che si susseguono ora dopo ora. Alle liti fra esperti sulle varie cure e sulle varie terapie. Le decisioni che riguardano la nostra salute vengono prese sempre di più sulla base dei dati scientifici. Anche le decisioni che riguardano la nostra vita sociale e politica, ormai, vengono prese sulla base dei dati scientifici. Ma che sicurezza abbiamo che questi dati siano conosciuti nella loro interezza? Che non vengano. almeno parzialmente. nascosti? O, peggio ancora, taroccati? E a quale rischio ci esponiamo quando i risultati delle ricerche sono nelle mani di soggetti privati che, per loro natura e legittimamente, nascono soltanto
per fare business?

Certo, ci sono i controllori. Ma chi sono? L’Organizzazione mondiale della sanità, che copre i cinesi e prende i soldi da Bill Gates? L’Agenzia europea del farmaco il cui bilancio dipende all’84 per cento da Big Pharma? Se si guardano i cosiddetti «trasferimenti di valore», che da qualche anno vengono pubblicati dalle case farmaceutiche, si scopre che essi in Italia vengono distribuiti a buona parte delle istituzioni pubbliche (comprese università, Asi e persino l’Istituto superiore della sanità). L’infettivologo di Napoli, Giovanni Battista Gaeta, incaricato di scrivere le linee guida sull’uso dei farmaci per la Regione Campania, per esempio, ha ottenuto un contributo (per quanto piccolo) dalla multinazionale Merck. «Se le
linee guida dovesse scriverle uno che non riceve soldi dalle multinazionali, le scriverebbe l’usciere», ammette. E poi aggiunge: «Questo è il sistema:
buono o cattivo che sia nessuno ne ha trovato uno diverso».

BURIANE E BURIONI

E invece è proprio questo il punto. Forse bisognerebbe pensare se davvero non sia possibile trovare un sistema diverso. Magari che un sistema
che produca meno danni. Negli Stati Uniti 22 aziende sono sotto accusa per aver nascosto gli effetti negativi dei farmaci antidolorifici, provocando
400.000 morti. In Francia è in corso il processo del secolo contro l’azienda Servier: avrebbe nascosto gli effetti negativi di un farmaco antidiabetico, provocando oltre 2.000 morti. Ci sono state aziende che avrebbero aver nascosto gli effetti negativi di farmaci distribuiti, nel mondo, a 30.000 bambini. E persino sulla rivoluzionaria terapia genica contro l’atrofia muscolare spinale, lanciata un anno fa come la cura più costosa del mondo (2,1 milioni di dollari), l’Agenzia peri farmaci americana (Fda) nell’agosto 2019 ha sollevato dubbi per quanto riguarda la veridicità dei dati. Per carità: tutti si augurano, tanto più in questo periodo, di trovare le medicine giuste per curare ogni tipo di malattia. E tutti si augurano che ogni dubbio sia fugato. Ma resta la domanda: se un farmaco così, il più costoso mai prodotto, con tutti gli occhi puntati addosso, sorgono sospetti sulla veridicità dei dati, che succederà sugli altri? Bisogna avere fiducia nella scienza, ci ripetono ogni giorno. E noi ce l’abbiamo per l’amor del cielo. Una fiducia cieca, sia chiaro, perché vogliamo evitare buriane e Burioni. Soltanto, sommessamente. ci chiediamo: potremmo fare in modo che la nostra fiducia nella scienza possa essere ancora più grande? Forse il modo c’è.

BENE PREZIOSO E DI TUTTI

Il 4 giugno 2019 il Washington Post ha pubblicato un documento interno dell’azienda Pfizer secondo la quale quest’ultima aveva scoperto dal 2015 che Enbrel, un farmaco antinfiammatorio già in uso, poteva essere efficace contro l’Alzhimer. Sarebbe in grado di ridurre del 64 per cento il rischio di contrarre la malattia. Quei dati non sono mai stati divulgati. Perché? “Secondo noi – ha spiegato l’azienda al quotidiano – non avevano soddisfatto standard scientifici rigorosi”. Avranno pure ragione. Ma sull’Alzheimer, dopo tanti anni, la scienza è ancora disarmata. Quei dati non avrebbero potuto essere utili per scalfire la nostra ignoranza? E dunque: non c’era il dovere di metterli a disposizione di tutti? Certo: un’azienda privata può fare quello che vuole. Ed è più che legittimo che insegua il suo tornaconto. Ma allora non possiamo fare a meno di chiederci: è giusto lasciar gestire un bene così prezioso come quello della ricerca a chi insegue legittimamente il suo tornaconto?

Gino Santini
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Direttore dell'Istituto di Studi di Medicina Omeopatica di Roma. Segretario Nazionale SIOMI. Giornalista pubblicista. Appassionato studioso di costituzioni e del genere umano.

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