L’Omeopatia 2.0, evidenza di una prospettiva promettente

di Andrea Dei, da “Omeopatia33” del 12 novembre 2021

Immagino che nelle settimane passate Steven Novella si sia fermato in un drugstore per comprare due libbre di mentine per cercare di mitigare l’alitosi che faceva svenire i suoi pazienti a sei metri di distanza. Per chi non lo conosce, Novella è un neurologo Assistant Professor della Yale University e si occupa di iniettare botulino in qua e in là nei suoi pazienti, ma soprattutto è l’Editore di Science-Based Medicine e nemico acerrimo delle CAM. I suoi editoriali sono virulenti, così come le sue invettive che pronuncia come ospite di canali televisivi compiacenti, affermando, seguendo un sillogismo da Scolastica, che se le CAM fossero una cosa seria, non si chiamerebbero CAM, ma semplicemente medicina. Non c’è dubbio: lui crede di aver capito tutto, e il nostro Di Grazia, pur animato dallo stesso spirito virulento e iconoclasta, al confronto è solo un patetico epigono. Ma al povero Novella l’alitosi forse gli deve essere venuta a leggere un articolo molto bello uscito su The Journal of Immunology (2020, 205, 1345), articolo frutto del lavoro di cinque laboratori internazionali, ispirati dal pensiero di Oleg Epstein, fondatore e numero uno della russa Materia Medica Holding.

Epstein, patologo, compatisce gli omeopati come residuo di una medicina prescientifica, ma di fatto sostiene l’uso di farmaci ultradiluiti e dinamizzati come tutti gli omeopati normali, postulando quella che una volta si chiamava “memoria dell’acqua”, anche se per non cadere nel trito gli cambia nome (vedi Symmetry, 2018, 10, 103). Probabilmente all’origine di questo c’è la ricerca di una legittimazione accademica (infatti pubblica su giornali convenzionali con gran rabbia dei detrattori) che la gran parte degli omeopati con le loro teorie improbabili cercano con successo di non avere, come quando introducono, come ultima indimostrabile ratio, la meccanica quantistica o i domini di coerenza. Così i suoi farmaci ultradiluiti prendono il nome di RAD (Release-Active Drugs) immaginando che il farmaco influisca sulla disposizione spaziale del solvente e che tale modifica persista nel tempo: infatti non si perita a usarli insieme facendo un mescolone di diverse potenze pensando che conservino la loro individualità. Tuttavia, sembra che stia cambiando idea. Nel suo ultimo lavoro, infatti, abbraccia per la prima volta l’ipotesi dell’esistenza di nanoassociati nelle sue soluzioni ultradiluite, al pari di Bellare e dell’accademico russo Konovalov, principio che viene postulato ormai da anni dalla Siomi e che, a differenza delle altre ipotesi, RAD compresi, si basa su dati sperimentali e non è il prodotto di aneliti di goffa e patetica esuberanza.

Il grande merito di Epstein, a mio avviso, sta nell’avere aperto una nuova frontiera allo sviluppo dell’omeopatia, abbandonando i rimedi hahnemaniani della tradizione attraverso l’utilizzo delle prospettive che il progresso della conoscenza ci ha messo a disposizione. Il citato articolo sul Journal of Immunology ne è un chiaro esempio e costituisce una lezione per tutti gli omeopati e per le industrie farmaceutiche, che purtroppo sono affette da una miopia di natura essenziale e da un difetto di cultura che ne mina la creatività. L’articolo citato sul Journal of Immunology riguarda il meccanismo di azione degli anticorpi su una citochina, l’interferone gamma, la cui produzione da parte dell’organismo oltre a effetti benefici, ha spesso effetti indesiderati. La somministrazione di tali anticorpi è però costosa e soprattutto è associata a effetti collaterali parimenti dannosi. Da qui l’idea di utilizzare soluzioni ultradiluite di tali anticorpi e, secondo quanto riportato, questa strategia è stata accompagnata da successo. Nell’articolo si riporta il meccanismo di azione di tali anticorpi nella neutralizzazione della citochina. Una soluzione di citochina è stata trattata con una miscela di tre soluzioni (12CH, 30CH e 50CH) di anticorpo e ne è stato registrato lo spettro NMR. Dall’analisi del confronto fra lo spettro della citochina da sola e quella trattata si conclude che l’effetto dell’anticorpo è quello di indurre una variazione conformazionale delle catene peptidiche preposte all’interazione con il recettore specifico della citochina. In altre parole, l’azione dell’anticorpo è paragonabile al legare le mani dietro la schiena a disturbatori che non vuoi che ti suonino il campanello.
Tralascio di dire che, data la complessità del sistema, il lavoro fatto è stato immenso e degno della massima considerazione. Resta il fatto che gli autori non si esprimono sul significato del loro risultato che proverò qui tentativamente a riassumere. La considerazione che va fatta è che si ha una variazione delle proprietà conformazionali della citochina e questo è dovuto all’interazione con l’anticorpo, ma è anche vero che tale variazione dopo tale interazione permane (infatti si vede nello spettro) e non compete alla conformazione a minima energia della citochina. Questo vuol dire che l’efficacia del farmaco è dovuta a una interazione transiente con la citochina con la formazione di un sistema metastabile e che l’energia di attivazione che è implicata nella riorganizzazione conformazionale allo stato a minima energia è alta, rendendo tale riorganizzazione lenta. In altre parole, una molecola di anticorpo disattiva un milione o un miliardo di molecole di citochina: ecco perché la soluzione ultradiluita è efficace.

Lo proverò a scrivere a Steven Novella, perché l’alitosi al telefono talvolta si sente.

J Immunol, 2020, 205, (5), 1345

References

 
1.
PMID: 32727888.

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