La naturale avversione degli omeopati nei confronti dell’omeopatia

di Andrea Dei, su “Omeopatia33” del 13 luglio 2018

L’omeopatia è in crisi e, come se non bastasse, si moltiplicano i segnali di avversione nei confronti di questa disciplina. La reazione delle società scientifiche di omeopatia è significativa: dobbiamo impegnarci di più, dobbiamo essere uniti, dobbiamo dimostrare scientificamente il nostro successo. Anticipo il risultato: a chi sta dall’altra parte non gliene importa nulla, perché per stigma ideologico non è disposto a capire le argomentazioni di quegli altri.

Eppure il modo razionale ci sarebbe per demolire le critiche, sempre ammettendo che il lupo non si metta a inveire istericamente perché l’agnello bevendo a valle, gli sporca l’acqua. Basta chiarire i seguenti tre punti: caratterizzazione chimico-fisica del medicinale omeopatico, suoi effetti biologici, suoi effetti terapeutici. Per i primi due ci sono risultati indiscutibili: il medicinale omeopatico non è acqua fresca, nella sgangherata definizione di Garattini, ma è qualcosa di diverso. Bellare e il suo gruppo hanno mostrato, utilizzando metodi chimico fisici ineccepibili, la presenza di quantità definite di principio attivo dell’ordine dei picogrammi/ml anche alle più alte diluizioni. Studi indipendenti svolti a Firenze e a Verona, condotti sui DNA-array trattati con soluzioni di farmaci omeopatici, mostrano che si ha una variazione dei profili genici al variare della concentrazione anche per soluzioni ultradiluite e la risposta biologica segue un meccanismo ormetico con buona pace di coloro che debbono finalmente rinunciare ai loro modelli olistici. Per gli effetti terapeutici, si rimanda all’esperienza diretta dei lettori. Ma tali elementari proposizioni suscitano disagio in molti omeopati che hanno vissuto col miraggio del sacro Graal, anche se Homeopathy continua a incoraggiarli nel supportare le loro visioni perniciose, con danno di tutta la comunità dei medici onesti.

In un numero recente di tale rivista è stato pubblicato un lavoro sulla non-località dell’informazione in omeopatia (Almirantis Y and Tsitinidis K, Homeopathy, 2018, eFirst) il cui contenuto, per chi lo capisce, grida vendetta. Ma fin qui poco male, visto che gli omeopati con la quantomeccanica hanno poco a che spartire. Più di recente è apparsa una lettera all’editore (Homeopathy, 2018, 107: 46) a firma di Rajendra Upadhyay, della Simillimum Welfare Society, nella quale come prima cosa si contestano i dati di Bellare che, riguardando nanoparticelle d’oro, lasciano pochi dubbi di interpretazione. Le chiarissime motivazioni addotte sono molto semplici: non può essere, sono solo impurezze. Come secondo punto l’autore sposa la recente teoria di Pollack (2013) sulla zona di esclusione, che è una teoria seria, ma molto meno piena di prospettive di quanto non voglia far credere l’autore, tanto che io ho insegnato cose simili per cinquant’anni ai miei studenti. La teoria si basa sul fatto che l’acqua all’interfase adotta una struttura diversa dall’acqua liquida, il che le conferisce proprietà particolari di acidità, ed è meno disposta a solvatare molecole di soluto, proprio perchè le molecole che la costituiscono sono legate più fortemente. Questo porta, secondo Upadhyay, a favorire la formazione di aggregati di impurezze, che modificano la loro struttura in modo permanente in funzione del farmaco aggiunto. Poiché le impurezze vengono mantenute nel processo di dinamizzazione, ecco che l’informazione del farmaco viene mantenuta nei processi di diluizione grazie solo alle impurezze e alla particolare struttura della zona di esclusione.

Così, in libertà, come gentile contributo all’affidabilità scientifica della comunità omeopatica in toto; e con buona pace di chi si adombra se, nella presentazione di ricerche pubblicate su cotale giornale, l’interlocutore si mette a ridere.

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