Avogadro, ormesi e (molta) omeopatia

di Gino Santini – Da “Omeopatia33” del 14 gennaio 2022

Uno degli argomenti più utilizzati da coloro che vogliono screditare l’omeopatia è l’estrema diluizione delle sostanze utilizzate che, a loro dire, non possono avere un’attività farmacologica.

A dimostrazione inconfutabile di tale affermazione da sempre viene sbandierato il numero di Avogadro, che si riferisce al numero di molecole, sempre lo stesso, contenuto in una mole di una qualunque sostanza. Andando per via teorica, in effetti, e procedendo con il processo di diluizione sembrerebbe che dopo la dodicesima diluizione centesimale non resterebbe più traccia di soluto nella soluzione. In via teorica, per l’appunto, perchè in realtà studi di ingegneria chimica (Chikramane et al., 2012; Basu et al., 2020) dimostrano che la pratica si comporta in modo leggermente diverso, mantenendo un piccolo ma significativo numero di molecole nel soluto fino a diluizioni altissime, ipotizzando un particolare comportamento dell’acqua utilizzata come solvente.

Proprio lei, l’acqua, la sostanza più diffusa al mondo ma probabilmente la meno conosciuta, visto che ad oggi i fisici e i chimici fanno fatica a ideare un modello teorico che ne preveda il comportamento in molte situazioni sperimentali. Ancora una volta, quindi, la complessità della natura genera nella pratica sperimentale dei risultati che sfidano la teoria, proprio come quella teorizzata da Avogadro e dal suo “numero”. Il tutto avverrebbe apparentemente senza una motivazione, che però è stata ipotizzata sempre dal Gruppo di Bellare (Chikramane et al., 2017), sostenendo che le nanoparticelle che sono mantenute di passaggio in passaggio sono in grado di indurre stimolazioni ormetiche.

È in questo contesto che si inserisce una completa review pubblicata da Edward J Calabrese e James Giordano sull’ultimo numero di Pharmacological Research che mostra come anche una singola molecola possa essere capace di indurre processi di attivazione all’interno dei complessi metabolismi cellulari. Calabrese, che con il suo lavoro ha “riscoperto” molti aspetti ormetici in grado di spiegare effetti e memorie cellulari svolti da concentrazioni farmacologiche estremamente basse (da 3.000 a 25.000 molecole), suggerisce di approfondire le notevoli implicazioni che queste scoperte, poco teoriche e molto pratiche, possano avere all’interno dei sistemi biologici e della medicina tutta. Così come appare altrettanto evidente che queste recenti acquisizioni possano portare nuova luce sull’effetto clinico dei medicinali omeopatici ad alta dinamizzazione, costringendo gli omeopati ad una profonda revisione della loro metodologia che, finalmente, comincia ad assumere la conformazione di una vera e propria farmacologia delle microdosi, a dispetto di ogni numero (teorico, è bene ricordarlo) di Avogadro.

Ma non ditelo a Garattini, mi raccomando.

Gino Santini
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Direttore dell'Istituto di Studi di Medicina Omeopatica di Roma. Segretario Nazionale SIOMI. Giornalista pubblicista. Appassionato studioso di costituzioni e del genere umano.

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