Quando tutto finisce…

di Wilhelmine Schett

Che ci faccio fuori dalla chiesa in Piazza Don Bosco nel quartiere Tuscolano a Roma?
Non mi lasciano entrare in chiesa. O meglio.
Non ci lasciano entrare in chiesa.
Come è possibile?
È possibile sì.
Ma forse è meglio che vi racconto quando, e come tutto è cominciato...

Non ero mai stata a Roma.
Erano gli anni 70 e da San Candido in Alto Adige ero venuta in gita con la parrocchia.
E poi quel pomeriggio, libero per tutti.
Io ero sola.
Nessuna amica, niente fidanzato, nessun familiare. Andare da sola per Roma non fu una bella idea. Perdersi fu un attimo.
Ricordo che fu lui ad avvicinarsi.
Gli chiesi come arrivare a Piazza Venezia.
Fu il mio accento a tradirmi.
“Tedesca?”, mi chiese.
“No”, risposi, “vengo dall’Alto Adige”.
“Ah, dove prendete in giro gli italiani!”.
La nostra storia d’amore iniziò quel giorno. Mi chiamo Wilhelmine Schett.
Lui fu scontroso fin dall’inizio.
Per me era un ragazzo molto, molto carino.
Con uno strano modo di camminare.
Perché trascinava i piedi?
Mi aveva accompagnato fino a Piazza Venezia, ma si vedeva che era stanco.
Forse non stava nemmeno troppo bene.

Dargli il numero di telefono dell’alloggio fu una cosa normale.
Lui mi diede il suo e iniziammo a sentirci tutti i giorni. Durante una telefonata mi disse che era sconvolto per la morte di un amico in un incidente stradale.
“Sarebbe stato meglio che fossi morto io al suo posto”. Rimasi scioccata.
Poi capii il perché di quelle parole.
Mi confessò di avere una malattia.
“Ho la distrofia muscolare, non c’è cura”, mi aveva detto arrabbiato.
Al ritorno a casa iniziai ad informarmi su quella malattia.
Non potevo credere che non ci fosse un modo per guarire. Iniziò a scrivermi delle lettere.
Dalla scrittura tremolante capii che quel brutto male aveva iniziato a prendergli anche le mani.
Era il 1978 e quella relazione a distanza iniziò a pesarmi.
Mi trasferii a Roma.
Non voleva, poi lui convinse i suoi genitori ad ospitarmi da loro. Dormivo sul divano, ma la cosa importante era stare con lui.
Dipingeva, con la passione per le foto.
Mi insegnò a svilupparle in casa.
Furono i suoi genitori a suggerirci di sposarci.
Forse l’unico modo per stare nella stessa stanza senza «scandali».
Fui io a fare la prima mossa. Lui mi rispose negativamente.
La sua vita di lì a poco sarebbe diventata un inferno. Sarebbe diventato un peso per me.
Non mi arresi.
Lui rispondeva sempre con il solito brontolio.
Alla fine cedette.
Ci sposammo il 5 gennaio del 1980 nella parrocchia della Garbatella.

C’erano tutti i parenti.
Lui già in carrozzina, senza cravatta, con dolcevita e pantaloni di velluto.
Io con un bouquet di violette.
Iniziò così la nostra vita insieme.
In attesa dell’inevitabile.
Il primo segnale?
Quando un bicchiere gli cadde dalle mani. L’asburgica mi chiamava.
Quando iniziò la fisioterapia diventò sempre più scontroso.
Cacciò la fisioterapista e mi chiese di sostituirla.
Fu quando iniziò ad avere problemi sporadici di respirazione che mi fece fare una promessa.
“Alla prima grave crisi lasciami andare. Niente ospedale ti prego”.
Accettai e quando un giorno arrivò il medico con una impegnativa per il ricoverò la gettai via.
Ma poi le cose peggiorarono.
Stare sdraiato gli impediva di respirare.
Lo mettevo a sedere e qualche sollievo lo aveva, ma poi anche quello non bastò più. E al diavolo la promessa.
Chiamai l’ambulanza mentre lui mi implorava di non farlo.
E iniziò quel calvario che lui non avrebbe mai voluto intraprendere.
Prima intubato, bloccato a letto, nutrito artificialmente.
E poi la tracheotomia.
Lucido, non volle essere sedato. Io sentivo di averlo tradito.
Il 1 settembre 1997 lo riportai a casa.
In un letto ortopedico collegato alla respirazione artificiale.
Non si dava pace.
Mentre cercavo di contenere le infezioni lui mi chiedeva di staccare la spina.
A suo padre di sparargli col fucile da caccia.
Da quel letto iniziò la sua battaglia.
“Lasciatemi morire”, implorava piangendo.
Pur di votare a un referendum lasciò il letto rischiando l’asfissia.
Grazie la lui fu varata la norma che consente ai degenti impossibilitati a recarsi alle urne di votare a domicilio o in ospedale.

Tutti iniziarono a parlare di lui e della sua battaglia.
Ma la legge era chiara.
Il suo desidero di essere lasciato andare non poteva essere esaudito.
Io sempre vicino a lui.
Nemmeno una lettera al Presidente Napolitano servì a qualcosa. Il mio amore riuscirà a morire il 20 dicembre del 2006. Aveva 60 anni
Ad aiutarlo Mario Riccio, un medico anestesista che accettò di sedarlo prima del distacco del respiratore artificiale, puntando sull’interruzione dell’accanimento terapeutico più che sul concetto di eutanasia.

Prima di morire, mi chiese: “Sei stata felice?”
“Certo, e scusami se ti ho tenuto con me più di quanto avresti desiderato”.
Lui si chiamava Piergiorgio Welby, simbolo della battaglia per il diritto a interrompere la propria vita quando questa diventa insopportabile. Sono Wilhelmine Schett, nota come Mina Welby, (86 anni)
Nel 2015 ho fondato con Marco Cappato e Gustavo Fraticelli l’associazione SOS Eutanasia.
Nel 2017 ho affiancato Cappato accompagnando in una clinica del suicidio in Svizzera Davide Trentini, affetto da sclerosi multipla. Ricordate Mario Riccio, il medico anestesista che accettò di sedare il mio amore prima del distacco dal respiratore artificiale?
Subirà un processo dalla giustizia italiana venendo assolto da ogni accusa.
Non è stato un suicidio assistito.
Per la legge, ma non per la Chiesa. Per questo siamo qui, per il funerale di Piergiorgio, fuori dalla chiesa in Piazza Don Bosco.
E’ il 24 dicembre 2006.
Sono arrivate moltissime persone.
Ma in questa chiesa non ci lasciano entrare.
Niente funerale religioso per il mio amore.

Lo ha stabilito il vicario generale per la diocesi di Roma, cardinal Camillo Ruini. Sì, proprio lui.
Io non capisco.
Che genere di peccato può avere commesso il mio amore?
Nel caso, la storia della pecorella smarrita?
Dipende forse dalla pecorella, vero?

Perché al mio amore no e l’anno dopo a Giovanni Nuvoli sì, nella stessa situazione di Piergiorgio?
Perché al mio amore no e la stessa chiesa è stata aperta al boss “Re di Roma” Vittorio Casamonica?
La stessa identica chiesa che ha chiuso le porte in faccio a Piergiorgio?

Nel 2021 sono state raccolte il milione e 200 mila firme per un referendum sull’eutanasia.
Bocciato in seguito dalla Consulta.
E la domanda è sempre quella: “che cosa fareste se una persona che amate vi chiedesse di lasciarla morire perché stanca di soffrire?

Un’ultima cosa.
La storia del nostro primo incontro a Roma non è come ve l’ho raccontata.
L’ha messa in giro Piergiorgio perché in fondo era un romanticone.
Lo incontrai sempre a Roma, ma in ospedale, a Villa Betania.
Ma ha forse importanza?

Gino Santini
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Direttore dell'Istituto di Studi di Medicina Omeopatica di Roma. Segretario Nazionale SIOMI. Giornalista pubblicista. Appassionato studioso di costituzioni e del genere umano.

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