Il Coronavirus e il ritorno della semeiotica dimenticata

Newsletter ISMO 005 del 10 maggio 2020

Mi diverto su Facebook, che se sai cercare diventa una miniera di informazioni e considerazioni interessanti, con la pagina di un tal “Chimico Scettico”, un chimico industriale “toscanaccio” (regione fertile di belle teste pensanti!) che deve avere lavorato per molto tempo nell’industria farmaceutica. In uno dei suoi post si scaglia contro il principio di autorità del quale sono imbevute gran parte delle dichiarazioni sul Covid-19 di valenti scienziati accomunati da un “patto” di sangue (speriamo non infetto); invidiabile la sicurezza con la quale sviscerano problemi molto complessi, talvolta immemori del fatto di avere diffuso poco prima spiegazioni completamente opposte in relazione a uno stesso fenomeno, per cui verrebbe da chiedersi se la scienza, oltre a non essere democratica, fosse anche affetta da Alzheimer.
     Al di là di queste quisquiglie, è innegabile che il principio di autorità, dietro il quale queste illustre menti si nascondono, riveli una conoscenza molto superficiale delle problematiche affrontate e non sia altro che una versione riveduta e corretta dell’ipse dixit ippocratico contro il quale si scagliava il buon vecchio Hahnemann (per non parlare di Roberto Santini). È successo infatti che un virus birichino abbia scompaginato le carte dei duri e puri della Evidence Based Medicine: in mancanza delle onnipresenti Linee Guida, i pazienti positivi per l’infezione nelle fasi iniziali venivano trattati solo quando presentavano sintomatologie tali da richiedere un ricovero in Terapia Intensiva. Prima di quel momento si è tornati a studiare la semeiotica, visto che anche la fantascientifica diagnostica di adesso non riesce a trovare soluzioni per evitare il peggioramento presentato da alcuni pazienti. Esattamente: alcuni, non tutti.
     Incredibile, ma vero. In molti casi l’organismo sa reagire nel modo giusto generando pochi sintomi, a volte neanche uno. Il che giustifica l’isolamento domiciliare dei ritenuti infetti in attesa, nel caso, di un ricovero urgente, ma solo se la situazione precipita in modo grave. Prima di quel momento è tornata in auge la sperimentazione sul campo, con girandole di molecole sostenute da razionali più intuitivi che comprovati, ma con la consapevolezza innegabile che la migliore risposta la fornisce il terreno costituzionale del paziente. Neanche a dirlo, ne hanno immediatamente approfittato gli omeopati per effettuare in tutta tranquillità e sicurezza (perché questi pazienti erano lasciati in una specie di limbo terapeutico), una raccolta di dati sintomatologici con i particolari che solo l’omeopatia insegna a cogliere e, per la gioia dei pazienti colpiti, con risultati di tutto rispetto in quanto miranti a ristabilire un equilibrio autonomo dell’organismo infettato. Seguiti a ruota in questa felice strategia dagli omeopati indiani.
     È ovvio che le opportune valutazioni si faranno in un secondo tempo, a bocce ferme come si dice, ma potrebbe essere l’occasione buona per gli scettici di innalzare lo sguardo oltre la noiosa e ripetitiva obiezione dell’omeopatia al pari di acqua fresca, di pillole di zucchero e quant’altro: i più avveduti, tolti i paraocchi scientisti, potranno scorgere il pregevole tesoro metodologico che si nasconde nell’approccio al paziente di chi segue i sentieri affascinanti e discreti della Medicina Integrata. La quale, come diceva una pubblicità, è per molti ma non per tutti…

Gino Santini
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Direttore dell'Istituto di Studi di Medicina Omeopatica di Roma. Segretario Nazionale SIOMI. Giornalista pubblicista. Appassionato studioso di costituzioni e del genere umano.

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