La Medicina Integrata, una mano tesa all’omeopatia

di Gino Santini, da HIMed Review del 16 gennaio 2026

E fu così che la Medicina Integrata, tanto bistrattata anche dagli stessi puristi dell’omeopatia, si è trovata a lanciare loro una corposa ciambella di salvataggio. A dire il vero da queste pagine erano già stati lanciati segnali preoccupanti, facendo riferimento alla mancanza di ricambio generazionale che rischia di prosciugare le file degli adepti votati alla creatura di Hahnemann. Le cause di questo declino sono in gran parte conosciute: da un lato una guerra mediatica senza quartiere da parte di scettici scarsamente competenti nella materia ma con l’unico desiderio di una visibilità effimera ottenuta sfruttando le possibilità offerte dai social, dall’altro gli omeopati stessi che, come l’orchestra del Titanic, continuano a suonare una musica che prima o poi non troverà più nessuno ad ascoltarla.
In mezzo i pazienti, l’unica nota positiva dei tempi che furono, perchè anche la loro generazione sta cambiando e non è detto che quelli di oggi tengano nella stessa considerazione quanto di buono ha fatto per loro una visione diversa e più completa della medicina, in un mondo attuale dove tutti urlano per vendere qualcosa, come in un alveare impazzito dove però è sempre più difficile distinguere il rumore dal miele. Un fenomeno sociologicamente interessante, verrebbe da dire, se non fosse che stiamo parlando di salute e di malati.
Le soluzioni a un problema così impegnativo non sono facili e sono legate alla capacità che può avere l’omeopatia nell’adattarsi a questi cambiamenti: senza scomodare la buonanima di Charles Darwin, possiamo affermare ancora una volta che in natura, così come anche nella vita personale o professionale, sopravvive chi riesce a rispondere ai cambiamenti dell’ambiente, non necessariamente chi parte avvantaggiato. Cambiamenti, diciamolo subito per evitare fraintendimenti, che non devono snaturare le linee fondamentali delle chiavi di lettura omeopatiche, ma semplicemente “integrarle” all’interno di un paradigma più ampio, che può favorire meccanismi di interdisciplinarietà e, in ultima analisi, arricchire una già ampia dote di ascolto e di approfondimento delle problematiche cliniche.
Così come i giovani medici della mia generazione hanno sentito il bisogno di allargare (non di mettere via!) la “cassetta degli attrezzi” con cui ci aveva equipaggiato il percorso di formazione accademico, allo stesso modo gli omeopati di oggi non possono trascurare l’opportunità di avere al loro fianco altri colleghi che hanno fatto la stessa scelta verso altre discipline complementari, senza quella paura, anacronistica e colpevolmente miope, di perdere la loro identità “omeopatica”; adattarsi non è sinonimo di sminuirsi, semmai è imparare cose nuove e cambiare strategia quando serve in un contesto che non è statico. Flessibilità non è annichilimento, così come non serve ritirarsi in un Aventino di pochi intimi oppure alzare barriere sempre più alte ai percorsi formativi, se non si capisce che quello che serve è un messaggio informativo agile e scientifico che ci deve identificare e difendere anche e soprattutto agli occhi (talvolta volutamente strabici) degli scettici a oltranza.
Le indispensabili regole di ingaggio vanno riscritte alla luce di un inevitabile processo di integrazione che serve come il pane alla gestione delle cronicità, sempre più numerose e scarsamente arginate da una medicina accademica incapace di organizzare i necessari percorsi di prevenzione primaria; può essere una bussola interessante e ricca di spiegazioni pratiche un articolo recentemente pubblicato su Integrative Medicine Reports​1​ che spiega le basi scientifiche e logiche della Medicina Integrata, il tutto completato da un dettagliato approfondimento del Chronic Care Model, che legge nelle comorbidità la chiave per una terapia sartoriale, anche omeopatica: partendo dal presupposto che ogni paziente è unico e irripetibile nelle sue manifestazioni croniche, lo studio di queste interconnessioni permette di superare i protocolli standardizzati a favore di una diagnosi realmente individuale.
Le opportunità sono molte ed ampiamente alla portata di tutti, a patto che si manifesti la volontà di accoglierle: per gli omeopati, che uscirebbero da una zona d’ombra spesso macchiata da autoreferenzialità e qualche estremizzazione che ha lasciato molte macerie dietro di se’; per i colleghi convenzionali, che verrebbero ad arricchire le loro strategie terapeutiche a carico dei pazienti cronici, oltre ad acquisire una maggiore consapevolezza sui percorsi di prevenzione; ultimi ma non ultimi, per i pazienti, finalmente ascoltati ed esaminati da una lente clinica più attenta ai diversi piani fisiologici e patologici che caratterizza in modo unitario il loro essere un insieme indissolubile di corpo e psiche. E scusate se è poco.

  1. 1.
    Santini G, Ferreri R, Macrì F. The Scientific (but Also Logical) Basis for Integrated Medicine. Integrative Medicine Reports. Published online March 1, 2024:54-58. doi:10.1089/imr.2023.0035
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Direttore dell'Istituto di Studi di Medicina Omeopatica di Roma. Segretario Nazionale SIOMI. Giornalista pubblicista. Appassionato studioso di costituzioni e del genere umano.

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